Ventuno anni dopo la Coppa bianconera alzata nel cielo di Roma da capitan Lorenzo Mazzia, il direttore sportivo Sandro Turotti si è regalato un altro Scudetto Dilettanti, godendosi il trionfo della sua Pro Patria.

Il calcio di Turotti, tra amarcord e «genitori disastro»

In mezzo, per Turotti, una carriera da dirigente tra Serie B e Lega Pro, con un treno perso per la Serie A passato forse troppo velocemente e che meriterebbe un altro appuntamento. La classe dirigenziale non si discute e mentre Biella insegue sogni di serie D, un biellese doc ha regalato la Serie C alla città di Busto Arsizio. «Per la verità siamo in due di Biella a fare festa – sottolinea Turotti – con me lavora anche Enrico Ferrero, il nostro responsabile degli osservatori». Già, Ferrero, un altro professionista di talento che la Biella del calcio ha lasciato andare via.

Intervista, tra passato e presente tricolore

Dunque Turotti, ventuno anni dopo la storia si ripete. Ci sono analogie tra Biellese e Pro Patria Campioni d’Italia Dilettanti?
«Questa volta è stato diverso, perché allora vincemmo il campionato con grande anticipo (a +12 sul Casale, ndr) e lo scudetto diventò, lungo il cammino, un altro obiettivo da raggiungere, potendolo anche programmare con un po’ d’anticipo. Con la Pro Patria, invece, abbiamo vinto il campionato all’ultima giornata di un punto ed è stato tutto molto più difficile».

Chissà che festa…
«Esatto, anche perché Busto Arsizio è una piazza appassionata e da quando abbiamo vinto il campionato c’è stata una festa tutte le sere, era difficile mantenersi concentrati e soprattutto la lotta fino all’ultimo minuto con il Rezzato ci ha tolto parecchie energie fisiche e mentali. Non ho chiesto ai ragazzi di vincere lo Scudetto, ma loro sono stati bravissimi, la sera festeggiavano e la mattina erano puntuali e seri all’allenamento. Poi è arrivata la vittoria nella Poule Scudetto a San Giovanni Valdarno ed è stata la ciliegina sulla torta».

Casca a pennello… quando si dice programmazione…
«L’anno prossimo festeggeremo il centenario della Società e avere lo scudetto tricolore sul petto è motivo di grande orgoglio e soddisfazione, perché siamo entrati nella storia del Club».

La ricetta vincente è sempre la stessa?
«Alla Biellese c’era un grande gruppo di ragazzi guidato da un allenatore allora emergente come Roberto Bacchin e oggi alla Pro Patria si ripete la stessa situazione, penso anche che il tecnico Ivan Javorcic abbia le qualità per fare carriera».

E anche la Società ha il suo peso?
«Se volete sapere il dettaglio economico, non siamo tra quelle che hanno speso di più, o si hanno tanti soldi come nei casi recenti di Parma e Venezia oppure è necessario programmare. Io sono arrivato a Busto due anni fa, allora si parlava di possibile ripescaggio che non si è verificato, per cui abbiamo impostato un certo tipo di lavoro che oggi ha dato i suoi frutti. Quest’anno diciamo che chi ha speso di più è andato decisamente oltre il milione di euro, noi ci siamo fermati attorno alla metà. Per fare paragoni, come modo d’agire, siamo un po’ come la Lazio in Serie A. Un mix di giocatori esperti ma con voglia di giocare, uniti a giovani di talento».

Vent’anni dopo, calcio peggiorato, come il Paese

Vent’anni dopo il calcio è peggiorato o migliorato?
«La qualità è peggiorata, penso che lo si possa legare al fatto che anche il nostro Paese è peggiorato in questo lasso di tempo. Ci sono nuove generazioni che arrivano, portano idee, dobbiamo essere ottimisti. Un passo in avanti è stato fatto con l’utilizzo delle tecnologie che vanno utilizzate con giudizio. Certo sotto l’aspetto dei rapporti umani dovremmo proprio tornare indietro».

Faccia un esempio, Turotti…
«È cambiato il sistema calcio. Faccio un esempio banale: vent’anni fa eri a Biella, andavi alla Juventus a chiedere quali giovani del loro vivaio potevano fare un’esperienza da noi e in mezz’ora si decideva tutto. Oggi si trova la stessa disponibilità da parte di Juventus, Inter o altre, ma poi l’ultima parola spetta al procuratore del ragazzo, il cui mandato è trovare la migliore sistemazione al giocatore. Peccato che la migliore sia quella che consente al ragazzo di crescere in un ambiente che lo agevola e lo appoggia e non la categoria o lo stipendio più alto di mille euro. Vedo tanti ragazzi che vengono mandati a giocare in Serie B e si perdono puntualmente perché occorre una preparazione mentale che va formata. Non facevo la D da vent’anni e di ragazzi di valore ne ho visti giocare. Posso fare l’esempio del mio portiere Giulio Mangano, l’unico della sua età che ha accettato di scendere in Interregionale dall’Inter Primavera. Adesso o fa la C o torna all’Inter, dopo una stagione giocata tra i grandi, dove è maturato. Ma voglio precisare una cosa, da questo ragionamento non deve emergere che la colpa sia dei procuratori, perché la loro funzione è quella, a non essere più quelli di una volta, purtroppo, sono i genitori dei ragazzi».

Genitori palla al piede dei ragazzi di oggi

Genitori, tasto dolente…
«La nostra generazione e quella appena dopo, è un disastro rispetto a quella dei nostri padri. Saremo forse più bravi in alcuni aspetti, ma sotto altri… Io quando vedo un giocatore di vent’anni che viene in sede a parlarmi accompagnato dai genitori e dal procuratore mi sale il sangue alla testa. Io alla loro età mi sarei vergognato a farmi accompagnare, ma a mio padre non sarebbe nemmeno mai venuto in mente di chiedermelo. Oggi le pressioni che i genitori mettono addosso ai ragazzi sono insostenibili. Credono tutti di avere per le mani un talento da Serie A, rovesciandogli addosso aspettative che non fanno altro che contribuire a rovinare il ragazzo. La verità è una sola: arriva chi ha fame, ma quella vera e non chi ha il migliore agente o i genitori che controllano tutto e tutti».

Visto che rischia di trovarsele come avversarie, che ne pensa del progetto delle seconde squadre delle big in Serie C?
«Si tratta di una buona idea, ma se programmata per tempo. Penso che oggi si tratti più di una mossa politica, perchè costruire una struttura di Serie C in due mesi mi sembra proibitivo, si rischiano delle forzature che invece tra due stagioni, programmando, non ci sarebbero. Poi ci sono in tutta Europa, giusto farle anche da noi, i ragazzi di talento ne guadagneranno sicuro».

Qui a Biella la D e la C rimangono un miraggio, “soldi” è la parola magica?
«In gran parte sì. Il costo del lavoro è aumentato moltissimo negli anni, un giovane costa 28mila euro a stagione e poi si sale con gli altri giocatori. Il solo organizzare una gara casalinga, tra steward e botteghini è un costo che una volta quasi non c’era col volontariato e il pubblico non sempre garantisce la semplice copertura delle spese. Per muoversi in queste categorie e in C soprattutto, occorre investire su figure preparate in vari livelli e creare una struttura lavorando nel tempo. Il mecenate che arriva e finanzia lo squadrone per uno o due anni difficilmente riesce a creare qualcosa di solido e duraturo. Occorre che a finanziare un progetto ci siano una o più persone che hanno passione e che vogliano costruire con pazienza, investendo su uomini, giocatori e strutture. La nostra presidente Patrizia Testa ha molta passione e i suoi sforzi sono stati ripagati. Per fare un esempio, la nostra Biellese Vigliano venne dal basso, aggiungendo qualcosa ogni anno, e questo poi ci permise di stare per anni in Serie C».

Azzurri, spazio ai giovani subito, rischiando

Italia fuori dal Mondiale. Che futuro c’è?
«Penso che la partenza del Ct Roberto Mancini sia stata indicativa: il futuro è dei giovani e occorre dargli occasioni per mettersi alla prova, anche rischiando delle figuracce. Ovvio che poi la crescita di questi giocatori deve passare obbligatoriamente dai Club che devono aiutarli a maturare esperienza internazionale. L’Europeo sarà un buon banco di prova, magari non faremo bene, ma servirà. Gli italiani nelle nostre squadre top sono sempre meno, ma i successi della Nazionale sono legati a quelli dei Club e dei loro giocatori».

Chi vince in Russia?
«Se devo sbilanciarmi dico Brasile».

Gabriele Pinna