“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”: sono le parole di De André a introdurre il reportage di Riccardo Poma tra le rovine dell’ex manicomio di Vercelli.  La sua mostra ‘Vuoti a perdere’ – in cui racconta i luoghi abbandonati del Biellese – è stata l’occasione, giovedì scorso a Città Studi, per l’incontro “Manicomio: le non architetture di Basaglia”, che ha ricordato i quarant’anni da poco compiuti della Legge 180. Era infatti il 1978 quando la cosiddetta ‘Legge Basaglia’ stabilì la chiusura degli ospedali psichiatrici: una rivoluzione copernicana, che ribaltava il paradigma della malattia mentale come ‘pericolo sociale’, facendone un problema non più di ordine pubblico ma bensì medico.

 

L'incontro sulla Legge Basaglia a Città Studi
L’incontro sulla Legge Basaglia a Città Studi

Legge Basaglia: il racconto dello psichiatra

A ricordarlo è stato Marco Cattaneo, psichiatra e docente all’Università degli Studi Torino, che ha delineato l’evoluzione nei secoli del concetto di pazzia e del manicomio come luogo di reclusione definitiva e di occultamento della malattia mentale. Per il ‘matto’ – categoria che finiva per includere varie forme di diversità o di ribellione ai canoni sociali – entrare tra quelle mura implicava perdere ogni diritto, ogni legame con il mondo ‘normale’, oltre a dover subire trattamenti quali l’elettroshock: “Il manicomio era una struttura pensata per dare protezione alla società ‘sana’, non certo per curare la malattia mentale: significava porte chiuse alla speranza.” E anche una scorciatoia per togliere di mezzo persone socialmente ‘scomode’.

Lo psichiatra Marco Cattaneo a Città Studi

Una svolta epocale

L’abolizione fisica di questi luoghi di sofferenza divenne quindi un elemento centrale, quasi simbolico, della lotta di Franco Basaglia per modificare la concezione culturale della pazzia: con la Legge 180, il matto diventa un malato, da curare all’interno delle normali strutture ospedaliere e, soprattutto, ritorna ad essere parte della società, con i suoi diritti, tra cui quello di non essere separato dal suo contesto sociale. La chiusura definitiva dei manicomi è stata lunga e difficile, anche per le resistenze di molte strutture ospedaliere a farsi carico dei malati psichiatrici, e ancora oggi, soprattutto a causa dei tagli alla sanità, i servizi territoriali sono spesso insufficienti a fornire una adeguata assistenza ai pazienti e alle loro famiglie.

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E tuttavia la riforma ha segnato una svolta epocale: oggi, a poco più di quarant’anni dalla loro chiusura, la realtà dei manicomi ci appare lontana e difficile da concepire. Un mondo sconosciuto che Riccardo Poma ha scoperto tra le rovine di uno dei più grandi manicomi italiani, quello di Vercelli: completato nel 1937, comprendeva 20 padiglioni, una chiesa e un grande parco, per una superficie totale di 28 ettari, ospitava oltre 700 pazienti e centinaia di addetti, ed è rimasto in funzione fino all’inizio degli anni ’90, quando gli ultimi malati trovarono un’altra collocazione.

Il libro sui luoghi abbandonati del fotografo Riccardo Poma
Il libro sui luoghi abbandonati del fotografo Riccardo Poma

Un fotografo alla scoperta del ‘mondo manicomio’

“E’ dal 2013 che fotografo luoghi abbandonati, ormai ne ho fotografati decine – ha raccontato il giovane fotografo cossatese Riccardo Poma – ma questo mi ha colpito in modo particolare: a differenza degli spazi vuoti delle vecchie fabbriche, qui era pieno di oggetti, che raccontavano storie…

Simona Perolo

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