Pochi, anche a Mongrando, la conoscono: un breve sentiero tra le case e poi, oltrepassato un ponticello, in una radura sotto il colle di San Lorenzo, tra la vegetazione spunta una piccola costruzione.

Fucina Morino Mongrando
L’interno della Fucina, con gli antichi forni

La fucina nel bosco

Aprendone la porta di legno, si entra in un’altra epoca: nella semioscurità, illuminata dalle vecchie lampade, appare il pavimento in terra battuta, i forni, magli di vario tipo, incudini e martelli, e poi una sala con le mole, una piccola officina con tutti gli attrezzi appesi, la ruota che, con l’acqua del rio, metteva in movimento le macchine, gli oggetti prodotti… tutto è lì come è stato lasciato, come in attesa che il fabbro torni da un momento all’altro e riprenda il lavoro interrotto: ci sono anche un paio di scarpe e abiti da lavoro, appesi accanto a un forno.

Fucina Morino Mongrando
L’officina, all’interno della fucina

Una lunga storia

Siamo nella storica fucina Morino di Mongrando, attiva fino agli anni ’70, l’ultima traccia delle tante fucine a conduzione famigliare che nei secoli scorsi caratterizzavano la Valle dell’Ingagna.
La sua storia è lunga: inizia Intorno al 1683, quando in paese Pietro Bertono, artigiano che assemblava spade per gli eserciti del tempo, decide di produrre le armi in proprio e acquista un prato e una pesta da riso, trasformandola in una fucina che vanta clienti illustri come i Savoia e produce else per le spade utilizzate dall’esercito nel periodo napoleonico.
Intorno al 1849, la fucina passa alla famiglia Morino Craveja, proveniente da Sala, che la amplia e si specializza in ferri da taglio: falci, falcetti, lime, pale. E continua la tradizione, aggiustando anche armi da fuoco e perfino, durante la seconda guerra mondiale, producendo le mine anticarro utilizzate dai partigiani.

Leggi anche:  “Masterchef Over”, ecco i vincitori
Fucina Morino Mongrando
Due else rinvenute nella fucina e una spada francese di epoca napoleonica dall’elsa identica

La fine e (forse) la rinascita.

Una storia gloriosa che dura fino al 1967, quando la fucina chiude definitivamente i battenti e rischia di finire dimenticata, come la tradizione metallurgica della zona. Ma per fortuna spunta qualche angelo custode della memoria: come Aldo Rocchetti, che si attiva per salvare e mantenere questa flebile traccia, cercando di salvare la struttura e il suo contenuto.

Fucina Morino Mongrando
Lo stampo usato per dare forma al ferro forgiato

E come Davide Grisoglio che, prima da volontario e ora – da quando la Fucina Morino di Mongrando è tornata a far parte della Rete Museale – come operatore, che lancia un appello: “E’ una memoria che rischia di scomparire, nella disattenzione delle istituzioni e degli stessi abitanti della zona. Gli ecomusei più piccoli, come questo, faticano a farsi conoscere: c’è ancora tanto materiale storico nascosto qui dentro ma, per recuperarlo, abbiamo bisogno di aiuto.”

Simona Perolo

LEGGI ANCHE: ‘Ferro, la tradizione perduta di Netro rivive in officina’