Nel 1848, il piccolo comune di Donato contava 1542 abitanti, più del doppio di oggi. L’economia della zona – pastorizia, artigianato del ferro, le prime fabbriche nella valle – non bastava a sfamarli tutti e così iniziò l’emigrazione verso la Francia: si trattava soprattutto di operai edili occupati in lavori stagionali che, una volta concluso il periodo di lavoro, ritornavano a casa da moglie e figli.

Deagostini
Carlo Deagostini di Pollone con amici muratori prima di emigrare a Chambéry, 1910

Meta preferita, la Francia

A fine Ottocento, non c’era quasi famiglia del paese che non avesse al suo interno un emigrante, e c’era perfino una scuola serale con lezioni di francese per chi intendeva partire. La destinazione preferita continuava ad essere la Francia, ma le mete si moltiplicavano e si allontanavano – Nizza, Normandia, Bretagna, Svizzera e, da inizio ‘900, anche Buenos Aires, Nuova York, il Nord Africa – e gli spostamenti spesso diventano definitivi, con il trasferimento di tutta la famiglia all’estero. Alcuni di questi emigrati – soprattutto quelli partiti nel secondo dopoguerra – dopo un certo numero di anni o raggiunta la pensione, faranno ritorno al paese d’origine, ma la maggior parte finirà per radicarsi definitivamente nella nuova realtà.

Dalla Valle Elvo si stima che, tra metà Ottocento e metà Novecento, siano partite 12-15mila persone. Si trattava soprattutto lavoratori qualificati, che avevano in mano un mestiere, come i ciulin di Graglia, selciatori specializzati nel lastricare le strade, oppure i trabücant, muratori specializzati nelle decorazioni. Partivano grazie al passaparola, talvolta chiamati da compaesani emigrati da tempo e ormai in grado di assumere manodopera, e spesso facevano fortuna, mettendosi a loro volta in proprio: piccole imprese edili, ma anche negozi, attività di ristorazione, officine, laboratori artigianali. E le donne non erano da meno, ingegnandosi con piccole attività autonome o trovando lavoro nelle manifatture locali.

Un mosaico di mille storie

Sono migliaia le storie familiari che si snodano tra speranze, successi e le tante difficoltà che costellano la vita degli emigranti: il distacco, la nostalgia, il duro lavoro, la nuova lingua e il cibo a cui abituarsi… A raccoglierle in un grande racconto collettivo è il Centro di Documentazione sulla Emigrazione creato dall’Ecomuseo Valle Elvo e Serra, ospitato in quella che – nello stesso periodo della grande emigrazione – fu la sede della Società Operaia di Donato.
Il centro – dedicato a Gian Paolo Chiorino, promotore dell’iniziativa, scomparso due anni fa – ha raccolto, catalogato e digitalizzato un enorme archivio dedicato alla storia dell’emigrazione dalla Valle Elvo. Questo materiale – 7mila biografie, oltre un migliaio di foto – non resta però chiuso negli armadi ma ogni estate prende vita con una nuova mostra tematica dedicata a una delle tante facce dell’emigrazione biellese. Ogni mostra – ne sono già state realizzate otto – resta esposta, durante tutto il periodo di apertura della Rete Museale, nei locali della antica Società Operaia.

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Società Operaia Donato
La sede della Società Operaia di Donato, in una foto del 1910 circa

Ogni anno, la mostra e la festa

E la mostra diventa il punto di attrazione per l’evento clou del Centro: il raduno che ogni anno – intorno alla metà di agosto – richiama in Valle Elvo gli emigrati originari dei paesi della zona (e non solo), per una giornata di festa. E sono tanti a sentire il richiamo delle radici, perché molti– anche quelli che da generazioni vivono all’estero – hanno mantenuto qualche legame con i paesi nativi: qualche parente, una vecchia casa di famiglia, qualche ricordo delle vacanze dell’infanzia.

Tre ‘custodi della memoria’ della Valle Elvo: (da sinistra) Luigi Lotito, Ivano Maffeo, Simonetta Coldesina

Così, non è raro che i discendenti delle famiglie emigrate oggi tornino: “Qui – racconta Ivano Maffeo, uno dei coordinatori del Centro – in estate si sente parlare francese dovunque. Molti figli o nipoti ritornano e cercano di scoprire qualcosa dei propri antenati, qualcuno fa
ricerche in archivio, qualcuno ci lascia la sua storia. Hanno radici italiane, ma si sentono del tutto francesi: tant’è che, alla nostra festa di metà agosto, il pranzo comincia regolarmente con la Marsigliese.”

Simona Perolo

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