Elaborazione di Cgia sulle piccole-medie imprese del made in Italy.

Le piccole e medie imprese sono un patrimonio unico

La Cgia, con un suo recentissimo studio, torna sul tema della polverizzazione del sistema manifatturiero italiano in una galassia di imprese medio-piccole, certamente reattive ma, spesso, più vicine alla dimensione artigiana che non a a quella industriale. «Pur contando su un patrimonio imprenditoriale che non ha eguali nel resto d’Europa – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – rispetto ai nostri principali competitori stranieri, ad esempio, scontiamo un forte deficit di competitività ascrivibile, in particolar modo, all’assenza delle grandi imprese. In Italia, infatti, da almeno tre decenni queste realtà si sono pressoché estinte, non certo per l’eccessiva numerosità delle piccole aziende, ma a causa dell’incapacità di questi grandi player di reggere la sfida lanciata dalla globalizzazione dei mercati».

Il modello italiano resta competitivo

Secondo la elaborazione di Cgia, le performance delle Pmi italiane sono molto positive sia per quanto riguarda il numero delle attività, il fatturato, il valore aggiunto e gli occupati. L’Italia, infatti, è al primo posto in Ue per numero di imprese (oltre 3.719.000) e, pur constatando che anche negli altri Paesi il peso delle Pmi è molto simile al nostro, il ruolo delle microaziende italiane, invece, vede il Paese primeggiare, soprattutto quando lo si confronta con Paesi omologhi come, ad esempio, la Germania. In termini di fatturato, invece, l’Italia è al 4° posto in Ue con 2.855 miliardi di euro all’anno (2016), ma addirittura al 3º per fatturato delle Pmi (1944 miliardi di cui 701 da micro-imprese). Solo la Germania (6.195 miliardi), il Regno Unito (3.976 miliardi ) e la Francia (3.696 miliardi) contano un risultato superiore a quello italiano. Tuttavia, se si analizza l’incidenza prodotta dalle nostre Pmi sul totale fatturato, l’Italia è al primo posto (68,1%), così come lo è per incidenza del valore aggiunto sviluppato dalle Pmi sul totale (67,3%). Infine, sul versante occupazionale, a fronte di 14,5 milioni di occupati presenti in Italia (al netto dei lavoratori del pubblico impiego), 11,4 lavorano presso le Pmi, di cui 6,5 nelle micro imprese.

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Serve uno choc fiscale per il rilancio

A fronte di questi dati, Cgia chiede l’avvio di una politica industriale coerente con queste caratteristiche e articolata in cinque punti principali: uno choc fiscale che riduca, in 3 anni, la pressione fiscale di almeno 5 punti percentuali; un ritorno degli investimenti pubblici in infrastrutture materiali ed immateriali; un rilanciare dell’istruzione e della formazione professionalizzante in un’ottica di filiera e, last but not least, azioni di investimento nel 4.0 e nell’utilizzo del digitale.

G.O.