Nel tessile biellese cresce la richiesta di cassa integrazione.

C’è un termine che potrebbe rivelarsi amaro per il tessile biellese: amaro perché ancora lontano da raggiungere, mentre sul settore torna l’incertezza. Una data sfuggita ai dispensatori d’ottimismo della transizione, del 4.0, delle nuove competenze e della riforma del lavoro, ma non a chi lavora: quella data è il settembre 2020. «Siamo molto preoccupati – dice Filippo Sasso (Filctem Cgil Biella) -. Solo a settembre 2020, infatti, scadrà il quinquennio entro il quale poter fruire dei 24 mesi di ammortizzatore sociale da parte delle aziende, termine da cui poter quindi far ripartire il conteggio. Purtroppo, però, la situazione del tessile locale ha visto stagioni non esaltanti, tanto che, in molti casi, l’uso dell’ammortizzatore è già stato massiccio.

I numeri

In realtà, dal 2015 a oggi, a conti fatti abbiamo avuto solo il secondo semestre 2017 e i primi mesi del 2018 connotati da dinamiche davvero positive. Così, la dote dei 24 mesi, in molti casi è stata ampiamente intaccata e, a volte, già usata, mentre le prospettive per i prossimi mesi vedono tornare a prevalere il pessimismo. Ciò è tanto vero che, nel primo trimestre 2019, ben 61 aziende del tessile made in Biella, per un totale di 2.400 addetti, hanno presentato richiesta preventiva di cassa integrazione, ipotizzando un rallentamento che potrebbe incidere tra il 15% e il 20%».

Pessimismo

Il ritorno del pessimismo e dell’incertezza, del resto, è documentato, a livello dell’economia locale, anche dalla recente rilevazione congiunturale dell’Ufficio Studi Uib. Infatti, se, a livello nazionale, l’Istat dice che a febbraio la produzione del tessile-abbigliamento-pelle-accessori (dato trascinato dal comparto moda), ha registrato un +11% rispetto a gennaio, la prospettiva del manifatturiero locale si connota per preoccupazione («Le previsioni rilevate fra gli imprenditori indicano un aumento della preoccupazione rispetto all’inizio del 2019 che si riflette sulle aspettative degli ordini, della produzione e dell’occupazione – ha dichiarato Emanuele Scribanti, vice presidente con delega all’Economia d’Impresa dell’Uib – un andamento negativo legato principalmente al settore tessile. La stagnazione di consumi interni e il rallentamento della domanda estera, accanto all’aumento costante del costo delle materie prime e del denaro, rappresentano un enorme freno per la manifattura»).

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Tante domande di “cassa”

Questa situazione ha spinto molte aziende a presentare domanda preventiva di cassa integrazione. «Preventiva, certo – nota sempre Filippo Sasso -, ma, alla luce dell’andamento economico, è facile ritenere che il ricorso sarà effettivo. E quando, come verosimilmente potrebbe accadere, le aziende avranno esaurito la dote dei 24 mesi a disposizione, allora il rischio di licenziamenti diverrà concreto. Noi, pertanto, consci di questa situazione, siamo orientati a chiedere una proroga dell’uso dell’ammortizzatore, ma non ci nascondiamo, dopo la riforma del 2015, l’enorme difficoltà di ciò, considerato il fatto che la concessione di essa è subordinata alla dimostrazione del cosiddetto “forte impatto sociale” e che questo, per le aziende medio-piccole, è di difficile dimostrazione. Il sistema complessivo locale, allora, deve muoversi. Va bene parlare di Tav, di Flat Tax e di costo del lavoro, ma dobbiamo prima mettere mano alla soluzione di questi problemi immediati. La fine dell’ammortizzatore rischia di condannare l’economia e la società biellese a una dimensione precaria».

G.O.

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