“Il Biellese difenda il tesoro tessile”

Biella, il tessile, il futuro: Alberto Barberis Canonico, 79 anni, sposato, tre figli, imprenditore e già alla guida della Vitale Barberis Canonico di Pratrivero, azienda leader nei tessuti di alta gamma, a novembre è stato insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Schivo, di poche parole, non ama le interviste. Ma questo è stato un anno particolare.

La dinastia

Ingegnere, ogni dinastia, necessita di una buona dose di fortuna, tenacia, intelligenza. La fortuna protegge dai rischi; la tenacia opera nei momenti difficili; l’intelligenza dà continuità al futuro. In cosa si riconosce in questa metafora?
«La continuità aziendale è un valore molto importante. Noi abbiamo mangiato pane e lana fin da bambini. Siamo stati preparati a questo lavoro e siamo cresciuti attaccati a Pratrivero, una comunità che ha condiviso le nostre scelte. Qui da noi lavorano famiglie intere di persone che hanno contribuito allo sviluppo dell’azienda. Qui è la nostra storia e, pur avendovi pensato, non abbiamo mai considerato finora il trasferimento in luoghi più adatti e meglio serviti a difendere il made in Italy».

Il titolo di Cavaliere del Lavoro è un “enorme riconoscimento – scrive il vostro sito aziendale – della sua professionalità, della sua esperienza e determinazione nel lavoro che ha svolto durante tutti gli anni di sua onorevole carriera”. Ecco, cos’è e quanto conta per lei il lavoro?
«Il lavoro è l’altra metà della mia vita».

E la prima metà?
«La famiglia»

Torniamo al lavoro.
«Per me ha significato fare progetti, affinarli, realizzarli coinvolgendo altre persone e controllarli affinchè i risultati preventivati fossero ottenuti».

E il Cavalierato cosa significa?
«Sono grato per questo titolo, ma sono convinto che si tratti di un riconoscimento a tutto il Biellese per ciò che rappresenta il settore tessile, e sicuramente un premio a quanti hanno condiviso progetti, ansietà e contribuito a realizzare il successo ottenuto in tanti anni».

L’azienda

Il lanificio Vitale Barberis Canonico, una storia di oltre 350 anni a guida famigliare, è giunto alla tredicesima generazione rappresentata oggi dall’ad Alessandro Barberis Canonico, dal direttore creativo Francesco Barberis Canonico e da Lucia Bianchi Maiocchi, responsabile della gestione delle relazioni con i clienti. Questo passaggio di testimone è avvenuto nel 2008. E’ stato naturale, facile? Che ruolo si è conservato in azienda?
«L’azienda è condotta da mio figlio e dai miei nipoti. No ho più compiti operativi se non praticare una consulenza sulla lana. Nè mi sento, nè voglio alcun altro ruolo. Il passaggio di consegne è stato naturale nel senso che anche mio figlio Alessandro ha mangiato pane e lana da sempre. E’ stato semplice? Diciamo “ni”».

VBC ha visto salire il proprio fatturato a 163 milioni di euro nel 2017 (rispetto ai 152 milioni del 2016, +7,2%), sulla spinta soprattutto dei mercati asiatici (più propensi ad acquistare tessuti d’alta/altissima gamma. Primo mercato è stata la Cina, con il 19,7% del giro d’affari, seguita dall’Italia col 17,46%. Il Giappone ha generato il 9,64% e gli USA il 4,37% del fatturato). Questa naturale vocazione all’export come si costruisce?
«I dati dicono che nel mondo si producono oggi 1 miliardo di metri di tessuti di discreta qualità. La parte più nobile e costosa del segmento si fa tutta a Biella: circa 60 milioni di metri. In questa fascia VBC detiene una quota importante: nel 2018 raggiungeremo gli 11 milioni di metri. In questo contesto il consumatore italiano incide per il 16-17%. Dunque, esportare è d’obbligo, altrimenti saremmo morti. Pensi che nel 1915-1920 mio nonno esportava in Turchia e il materiale, cosiddetto “Truppa”, finiva anche altrove. Io sono entrato in azienda nel 1965 e un terzo della produzione andava all’estero…».

Per realizzare i vostri tessuti pregiati per la confezione di abiti, impiegate 461 addetti in 2 stabilimenti nel Biellese a Pratrivero e a Pray: prevedete crescita continua anche dal punto di vista occupazionale?
«L’occupazione è legata ai fondamentali dell’economia. Abbiamo trascorso 4 anni molto buoni che hanno supportato lo sviluppo. Stiamo assistendo ad una frenata e ci preoccupa cosa può succedere tra il 2019 e il 2020. La mia sensazione è che saranno anni difficili. Parlando però a lungo termine aggiungo che nel Biellese lo sviluppo ci potrà essere se il territorio deciderà determinato di volere le aziende qui»

Cioè, che vuol dire?
«Voglio dire che c’è la sensazione di un territorio che ci guarda con ostilità. Da e per il Biellese mancano le infrastrutture principali. Se non si daranno risposte attese da decenni, per lo sviluppo sarà dura. E, poi, l’altro aspetto da misurare è quello formativo. Il sistema scolastico non ha ancora compreso in pieno l’importanza del servizio che deve garantire al territorio. Mancano i tecnici, anche l’Itis si è dirottato sul fashion… Non si trovano informatici e tutto il processo 4.0 diventa complicato da implementare. Noi a VBC prepariamo in casa i tecnici. Ma una piccola azienda come può fare? Insomma, l’assenza di una scuola adeguata per formare tecnici è un grave danno per il territorio».

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Che rischio intravvede?
«Vedo un futuro biellese di poche grandi aziende, un limite per il sistema d’impresa: l’abbandono del campo segna una fragilità complessiva».

Innovazione è un altro dei mantra aziendali: il recente tessuto della linea “Supersonic” è un esempio. Oggi quanto è difficile fare ricerca in un settore maturo come quello tessile?
«Facciamo ricerca in casa grazie alla grande conoscenza dei prodotti. Ma il mondo continua a cambiare e bisogna adattarsi alle nuove esigenze estetiche dell’abbigliamento. Non possiamo disconoscere il pianeta dei giovani: si vestono prevalentemente con capi fatti di tessuti di basso valore. La sfida si complica. Qui si innesta il tema della concorrenza e della de-localizzazione: c’è chi fabbrica i tessuti fuori e rifinisce in Italia le lavorazioni. Oggi il made in Italy è forte e riconosciuto e non ci interessa considerare questi aspetti, ma non possiamo non tenerne conto».

Nell’ottobre 2013 VBC è entrata a far parte di Les Hénokiens, club internazionale riservato alle aziende famigliari con almeno duecento anni di storia: la inorgoglisce questo riconoscimento?
«Riguarda molto le sensibilità famigliari. Non saprei dire, penso sia un riconoscimento al paese di Pratrivero, dove da 350 anni si fanno tessuti. Qui la cultura tessile permea la vita; le persone, tutte, hanno contribuito a far crescere una cultura della qualità, stabilizzata e trasmessa da una generazione all’altra».

Le responsabilità

La responsabilità sociale è uno dei vostri must: attenzione al personale, premi ai figli studenti, welfare aziendale, attenzione al territorio. Quando avete scelto questa direzione oggi molto attuale e – come dire – sostenibile e perché?
«Un’azienda non può avere collaboratori attenti ed efficaci se non li tratta bene. Da sempre – già mio padre lo fece – applichiamo salari più alti della concorrenza. Poi, anche il welfare si è evoluto e le iniziative anche. Se potremo, continueremo così».

Mi consenta alcune domande più personali: quando lei è entrato in fabbrica quanti anni aveva? Una scelta o un’imposizione? Oggi lo rifarebbe?
«Avevo 27 anni, mi ero laureato in ingegneria meccanica impiantistica a Milano. Mi è servita molto l’esperienza del Politecnico per aprirmi la testa. Rifarei tutto, evitando alcuni errori, ma nell’insieme ho avuto una vita soddisfacente e felice, piena di progetti realizzati».

Qual è stato il più significativo?
«I miei figli»

Chi è stato il suo o i suoi “maestri”?
«Potrei fare mille nomi, tecnici da cui ho imparato molto. Se dovessi sceglierne uno direi mio padre Vitale».

Qual è stato l’imprenditore da cui ha imparato di più?
«Ho sempre scambiato amicizia, esperienze e conoscenza con Luigi e Roberto Botto Poala della Reda, mentre mio fratello Luciano era più vicino ai Loro Piana. Quando la mia generazione prese il comando demmo vita a maggiori scambi nell’ambito della comunità imprenditoriale. La stessa Ideabiella fu uno dei frutti, convinti che avere un bel mazzo di fiori da presentare ai clienti del mondo costituisse un ventaglio di maggiori opportunità per tutti. Un sistema invece meno diffuso e più concentrato in poche grandi aziende non aiuta».

Avete scelto di restare a Pratrivero, in montagna, con o senza strade…
«Alla lunga non saprei dire se fra 10 o 20 anni saremo qui, ma con queste infrastrutture e questa scuola c’è una spinta verso altre soluzioni. D’altra parte, però, noi siamo di Pratrivero, c’è un legame fortissimo con il paese e la sua gente. Una radice che c’è anche nelle ultime generazioni. Saranno loro a decidere».

Cosa ha di poetico questa nostra terra?
«Siamo qui da 13 generazioni. Attorno alla fabbrica ci sono alcuni nostri terreni e su uno di essi c’era un cimitero, dove forse sono sepolti i nostri avi e sul quale abbiamo intenzione di fare un giardino. Fa tutto parte delle nostre radici. Io stesso abito a Pratrivero da sempre, ma i miei figli sono scesi a Biella… Se penso al futuro non credo si possa vivere tutti in città da 20 milioni di abitanti. Ma bisogna che la politica metta mano ad un progetto di poli interconnessi per far star bene la gente dove ha casa e storia. Quando studiavo a Milano stava nascendo la metropolitana e io mi ero fatto l’idea che tutta la pianura padana potesse essere interconnessa con quella rete. Poi, però…».

Quale le sembra in questo momento storico il difetto principale dell’Italia?
«La litigiosità, che non permette di realizzare progetti insieme»

Vede nero? E’ pessimista?
«No, se non fossi ottimista non avrei fatto il mestiere dell’imprenditore. Sono però pessimista sulle cose: tendo a vedere il bicchiere mezzo vuoto, ma lotto per averlo pieno. E poi ci sono i giovani che mi riempiono di ottimismo: ne vedo molti con voglia di fare, intelligenti, attivi e pronti. Puntiamo su di loro».

Roberto Azzoni