Un colpo pesante alle infilatrazioni mafiose nel nord italia, la Stidda in particolare, con l’Operazione Leonessa, che sta facendo tremare Lombardia e Piemonte: una settantina di arresti, 200 indagati e sequestri per 35 milioni di euro in tutta Italia e anche tra Biella e Vigliano Biellese, dove ha sede la Group Service Srl.

Si tratta della società di vigilanza e sicurezza di cui è amministratore unico il 66enne Nicola Varacalli, residente a Biella e originario della provincia di Reggio Calabria. Varacalli si trova ora in carcere, mentre altri due esponenti dell’azienda di famiglia sono agli arresti domiciliari. La Group Service ha tra l’altro l’appalto della sorveglianza del tribunale di Biella e del Servizio tossicodipendenze di via Delleani a Biella. L’ipotesi accusatoria nei confronti dei tre biellesi arrestati dalla Squadra Mobile su ordine della procura bresciata non riguarderebbe tuttavia l’appartenenza a clan mafiosi, alla Stidda o altro, ma l’utilizzo di crediti fiscali inesistenti  (la procura di Brescia quantifica in 20 milioni di euro il valore dell’intera operazione truffaldina), ceduti a imprenditori operanti tra i più svariati settori dell’economia. Varacalli sarebbe uno di questi.

Operazione Leonessa della Procura di Brescia in corso da ieri

L’operazione condotta dalla Procura di Brescia è in corso da alcune ore. In parallelo, un’altra operazione a Gela: organizzazioni al Nord e al Sud avevano stipulato una vera e propria “pax mafiosa”.

E’ una maxi operazione, con una settantina di arresti e sequestri per 35 milioni di euro, è in corso da alcune ore in più province d’Italia. La Procura della Repubblica di Brescia (Direzione Distrettuale Antimafia), nell’ambito di una lunga e complessa indagine convenzionalmente denominata “Leonessa”, condotta dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia di Stato, ha accertato l’operatività di una cosca mafiosa di matrice stiddara, con quartier generale a Brescia, che ha pesantemente inquinato diversi settori economici attraverso la commercializzazione di crediti d’imposta fittizi per decine di milioni di euro. La Stidda, nella sua versione settentrionale “in giacca e cravatta”, pur mantenendo le “antiche” modalità mafiose nell’agire quotidiano si è dimostrata capace di una vera e propria “metamorfosi evolutiva,” sostituendo ai reati tradizionali nuovi business, utilizzando quale anello di congiunzione tra i mafiosi e gli imprenditori i “colletti bianchi”, i quali individuavano tra i loro clienti (disseminati principalmente tra Piemonte, Lombardia, Toscana, ma anche nel Lazio, Calabria, Sicilia) quelli disponibili al risparmio facile.

 

L’indagine, che per il suo spessore ha visto il supporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dello Scico della Guardia di Finanza, ha parallelamente disvelato anche numerosi reati tributari e fenomeni corruttivi.

Maxi operazione dalla notte scorsa

Da questa notte, circa 300 unità della Squadra Mobile e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Brescia, con il supporto dello SCO della Polizia di Stato e dello SCICO della Guardia di Finanza, stanno dando esecuzione a 69 arresti, sequestri per 35 milioni di euro, nonché a un centinaio di perquisizioni, per un
totale di circa 200 indagati.

Che cos’è la “Stidda”

La Stidda – organizzazione mafiosa che alla fine degli anni ’80 in Sicilia si era militarmente contrapposta a Cosa Nostra rendendosi anche responsabile di efferati omicidi nei confronti di uomini dello Stato- nella sua versione “settentrionale” si è dimostrata capace di una vera e propria “metamorfosi evolutiva” sostituendo ai reati tradizionali nuovi business.

I “colletti bianchi”

L’organizzazione mafiosa, attraverso il supporto di “colletti bianchi”, ha permesso a una vasta platea di imprenditori di evadere il Fisco per diverse decine di milioni di euro, cedendo crediti fiscali inesistenti con effetti distorsivi sull’economia reale ulteriormente condizionata dai reinvestimenti dei profitti illeciti conseguiti.

Leggi anche:  Punto da un calabrone, uomo ricoverato in rianimazione

L’enorme redditività del business ha determinato momenti di tensione con la cosca operante in Sicilia, il cui traffico di droga è stato inizialmente finanziato proprio dai proventi della vendita dei crediti fittizi.

Pax mafiosa fra Gela e Brescia

L’indagine ha, quindi, permesso di monitorare l’evolversi dei rapporti tra i due sodalizi che hanno, infine, siglato una vera e propria “pax mafiosa”, consapevoli, come affermato da uno degli indagati, che: “(…) la guerra non porta a niente (…) la pace porta a qualcosa.

La leadership della cosca settentrionale è stata assunta da un triumvirato composto da personaggi di elevata caratura criminale che già in passato avevano ricoperto ruoli di vertice nella stidda gelese e nelle sue proiezioni lombarde.

Crediti fiscali inesistenti

Gli stiddari, mimetizzati nel nuovo ambiente operativo, hanno messo a disposizione degli imprenditori del Nord i propri servizi illeciti che consistevano nella vendita di crediti fiscali inesistenti utilizzati per abbattere il debito tributario. A questo farebbe riferimento il coinvolgimento di Varacalli

L’anello di congiunzione tra i mafiosi e gli imprenditori era rappresentato dai “colletti bianchi”, i quali individuavano tra i loro clienti (disseminati principalmente tra Piemonte, Lombardia, Toscana, ma anche nel Lazio, Calabria, Sicilia) quelli disponibili al risparmio facile e che ora dovranno rispondere del reato di indebita compensazione di tributi.

Un giro da 20 milioni di euro

Nel breve arco temporale di un anno e mezzo, il gruppo criminale è riuscito a commercializzare crediti fiscali inesistenti per circa 20 milioni di euro, ceduti a imprenditori operanti tra i più svariati settori dell’economia.

Pur mutando il business, gli stiddari hanno mantenuto le “antiche” modalità mafiose nel loro quotidiano agire: pur “in giacca e cravatta”, sono rimasti fedeli ai comportamenti tipici della mafiosità, manifestando capacità di intimidazione nei confronti della concorrenza e di affiliati ritenuti inaffidabili, offrendo, in aggiunta ai crediti fittizi, protezione agli imprenditori che ne hanno fatto richiesta, estromettendo con violenza i partecipi delle società in cui avevano reinvestito i proventi illeciti.

Reimpiego e riciclaggio

Le investigazioni hanno, inoltre, permesso di ricostruire le attività di reimpiego e riciclaggio, attuate attraverso società operanti, ad esempio, nei settori della consulenza amministrativa, finanziaria e aziendale, della sponsorizzazione di eventi e del marketing sportivo, del noleggio di auto, barche ed aerei, del commercio all’ingrosso, di studi medici specialistici, della fabbricazione di apparecchiature per illuminazione e della gestione di bar.

Ecco, dunque, che le fonti di finanziamento illecito derivanti dai reati tributari diventano lo strumento per radicarsi nell’economia reale, come una vera e propria “metastasi” criminale che inquina l’ordine e la sicurezza economico-finanziaria.

Ciò a scapito della parte sana dell’imprenditoria costretta a soccombere a causa della “concorrenza sleale” della criminalità organizzata.

Lente d’ingrandimento su Brescia

L’indagine – oltre ai profili su scala nazionale sopra illustrati – è stata anche una vera e propria lente d’ingrandimento sulla città di Brescia, consentendo di individuare “dinamiche patologiche”, focalizzarle, reprimerle.

Oltre a quello, mafioso, infatti, sono emersi anche altri due filoni investigativi.

L’uno riguardante il “tradizionale” settore delle fatture per operazioni inesistenti, per un ammontare complessivo di fatture false per 230 milioni di euro. L’altro, afferente a varie condotte corruttive, dove gli imprenditori, elargendo mazzette e/o favori a pubblici funzionari ottenevano significativi risparmi fiscali.

I numeri in sintesi
In sintesi, l’indagine LEONESSA ha permesso di deferire all’Autorità Giudiziaria circa 200 persone, ed emettere 75 misure cautelari restrittive:
 15 soggetti per associazione mafiosa;
 15 soggetti per indebita compensazione;
 18 soggetti per reati contro la Pubblica Amministrazione;
 27 soggetti per emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

Sono stati emessi anche decreti di sequestro – attualmente in corso di esecuzione – per il recupero del “maltolto”, allo stato delle indagini quantificabile, in oltre 35 milioni di euro.