«Una lugubre catena di montaggio della morte ai fini di lucro». Così, il procuratore capo della Repubblica, Teresa Angela Camelio, ha definito la presunta attività illecita che stamattina ha portato all’arresto del titolare della Socrebi, la società che gestisce il tempio crematorio di Biella, e di un dipendente della stessa società.

Il forno degli orrori: indagine in un mese

L’indagine è partita il 20 settembre. È stata coordinata dallo stesso Procuratore e condotta dalla sezione di Polizia giudiziaria aliquota carabinieri che opera nella stessa Procura, comandata dal luogotenente Tindaro Gullo. Al blitz scattato stamattina hanno partecipato anche i carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Biella. Il materiale probatorio è enorme e ha portato il gip, ieri pomeriggio, a firmare l’ordinanza di sequestro e quella di arresto del titolare della società, Alessandro Ravetti (nella foto), nonché di un dipendente, Claudio Feletti, 56 anni, di Ponderano. I due sono accusati dei reati di distruzione e soppressione di cadavere e violazione di sepolcro. Solo a Ravetti viene contestata anche l’istigazione alla corruzione per aver dato dei soldi a un dipendente pubblico per fargli smaltire ceneri e resti di corpi come rifiuti.

Tolto zinco delle bare per guadagnare tempo e soldi

Oltre a sequestrare tutta l’area del forno, di circa 900 metri quadrati, ieri mattina i carabinieri hanno sequestrato due grossi palanchini, una roncola, un’ascia, delle scatole contenenti ceneri e resti di ossa per circa 125 chili complessivi. Gli strumenti servivano per aprire le bare di zinco ed evitare così che venissero bruciate nel forno allungando i tempi e costringendo ad ogni operazione allo spegnimento degli stessi per la pulizia dei filtri. Addirittura ceneri e ossa sostituite con della sabbia. In tutto ne sono stati recuperati 240 chili. Per le ceneri, il procuratore Camelio ha affidato il compito di analizzarle alla nota consulente Cristina Cattaneo.

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«Lugubre catena della morte ai fini di lucro»

È così emersa l’attività da «lugubre catena della morte ai fini di lucro» come descritta dal capo della Procura. Con il progetto definito “Pegaso” che ha aperto la possibilità di attuare delle cremazioni su resti provenienti anche da fuori regione, dal 2017 la Socrebi ha avuto un incremento di lavoro del 441 per cento con circa 3600 cremazioni all’anno. Sono quindi cambiate le modalità e i tempi con il forno che rimaneva in funzione dalle 5 di mattina a mezzanotte e a volte fino alle 2 di notte. Dalle 4/6 cremazioni al giorno, si è passati di colpo a 15/16 giornaliere. Considerato che per bruciare una bara con lo zinco ci volevano due ore e il fermo del forno per la pulizia del filtro e per bruciare una bara di legno bastava poco più di un’ora senza fermo, gli indagati avrebbero deciso di togliere gli zinchi da ogni bara prima di procedere con la cremazione. Parte degli zinchi sarebbero stati portati verso destinazioni ancora oggetto di indagine, altri sarebbero stati addirittura riciclati.

Orrore: bruciate bare insieme, ceneri mischiate

Spesso, per recuperare tempo, sarebbero state bruciate due bare per volta. Le ceneri si sarebbero pertanto mescolate anche nelle urne cinerarie consegnate ai familiari dei defunti che pregherebbero pertanto per le ceneri non dei loro cari. Oltre al lavoro di osservazione diretto, i carabinieri si sono avvalsi dell’aiuto prezioso di microcamere che sono state piazzate nei punti strategici del forno e che hanno fornito filmati definiti dal Procuratore di «una crudezza allarmante».

Valter Caneparo