«Troppi 10 anni per una passerella», parla Luca Ciscato.

Parla Luca Ciscato

A quasi dieci anni di distanza dall’incidente stradale che, nel settembre 2009, costò la vita a Stefania Valle, infermiera di 41 anni mamma di due bambini, travolta e uccisa da un furgone, è stata aperta la nuova passerella pedonale del Rio Bodro. All’inaugurazione era però assente, il marito della donna, Luca Ciscato: «Sono stato invitato – spiega, raggiunto telefonicamente da Eco – ma ho declinato l’invito. Dieci anni per costruire una semplice passerella sono, a mio avviso, troppi».L’incidente di cui si interessarono anche i media nazionali, risale al 6 settembre 2009. Stefania Valle stava rientrando a piedi dopo aver partecipato alla festa in paese quando fu travolta dal furgone condotto da un falegname ubriaco. A causa dell’urto la donna fu scaraventata giù dal ponte. L’investitore scappò. Rintracciato due ore dopo dai carabinieri stava dormendo.

Paese sconvolto

L’incidente sconvolse l’intera comunità. Da allora Luca Ciscato ha cresciuto con forza i suoi figli: «Fortunatamente – spiega Ciscato – abito in una casa bifamiliare. Al piano di sotto vivono i miei genitori che mi hanno aiutato davvero molto». Intanto, dividendosi tra il lavoro e la famiglia, Ciscato ingaggiò una vera e propria battaglia per ottenere giustizia. Contattò deputati, raccolse firme, partecipò a trasmissioni televisive sulle reti nazionali, mobilitando migliaia di persone. Riuscì ad ottenere un colloquio privato con l’allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Se ho potuto arrivare a tanto – racconta – lo devo soprattutto ai media che mi aiutarono e a Gianluca Buonanno». La battaglia si concluse con una sentenza esemplare: sette anni di reclusione per il conducente del furgone. «Per quei tempi – spiega Ciscato – si trattò di una condanna pesante, se si considera che il processo venne celebrato con rito abbreviato e quindi l’imputato poté usufruire di uno conto di pena fino a un terzo».

Luca Ciscato, con determinazione e forza di volontà, in questi dieci anni ha raggiunto il suo obbiettivo: ottenere giustizia. «Mi sono battuto per motivare i miei figli – racconta -. Erano giovani, ho lottato per loro. Ora siamo ripartiti, abbiamo ricostruito la nostra vita, partecipare sabato non avrebbe rappresentato nulla più che una sfilata di fronte ai presenti». Poi precisa: «Tutto quello che ho fatto dopo la morte di Stefania è stato per avere giustizia, non popolarità. Oggi ho accettato di parlare con voi di Eco, perché vi sono riconoscente: i giornali locali dimostrarono interesse verso la causa che ho portato avanti. Quanto successo rimarrà per sempre una cicatrice, ma ora voglio poter andare avanti e poter star vicino ai miei figli». E aggiunge: «Dopo l’incidente l’allora sindaco aveva promesso di mettere in sicurezza quel tratto entro un anno. Di anni ne sono passati dieci. Credevo, in tutta onestà, che non sarebbe stato più fatto nulla. Invece questa amministrazione è stata più sensibile. Voglio ringraziare il vicesindaco Ermanno Raffo che si è sempre speso a riguardo».

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La giustizia

Ottenere giustizia non implica concedere perdono: «Non perdonerò mai l’uomo che ha investito e ucciso mia moglie – dice Ciscato -. Se si fosse comportato diversamente, dopo l’incidente, il perdono con il tempo sarebbe arrivato. Tuttavia non potrò mai perdonare il comportamento di quell’uomo e della sua famiglia dopo l’incidente. Non abbiamo mai ricevuto una loro lettera, né una richiesta di scuse. Nessuno dice che l’abbia fatto apposta, ma ha ucciso una persona, una giovane donna, mia moglie. Era mamma di due bambini. Quell’uomo non ha mai nemmeno cercato il nostro perdono. Io adoro i miei figli, li amo in un modo incredibile, ma se uno dei due un giorno uccidesse una persona, lo porterei di peso dalla famiglia a chiedere scusa. Anche a costo di prendermi un pugno in faccia dai famigliari della vittima. E’ una questione di responsabilità civile e di rispetto, oltre che, di umanità».

Shama Ciocchetti

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