Tavo Burat e l’albero della libertà. A dicembre saranno dieci anni dalla scomparsa dell’uomo che ha dato tanto al Biellese. Festa il primo maggio.

Tavo e l’Abero della libertà

A dicembre saranno 10 anni che il Tavo ci ha lasciati. Legambiente Biella e Alp lo ricordano ogni 1° maggio – ore 12,15 – al Ponte della Maddalena sul Cervo con la festa che ha sempre amato, la Festa del Maj, issando l’Albero della Libertà.
Quest’anno a parlare del Tavo sarà Giuseppe Paschetto, di cui fu compagno nella vita politica. Paschetto richiamerà, ovviamente, la comune militanza, prima nel Psi a partire dagli anni settanta e poi nei Verdi con le tante battaglie ambientaliste; nel suo ricordo porrà l’accento sulla frequente e proficua collaborazione di Tavo – di cui è stato anche collega insegnate – con la Scuola Media di Mosso, sin dagli anni Ottanta, con particolare riferimento all’impegno per la difesa della Baraggia, la valorizzazione della lingua piemontese, il mito dell’Om Sarvej e le vicende dolciniane.
Saranno anche presenti i ragazzi della Scuola media di Mosso che hanno appreso e canteranno alcune canzoni care a Tavo.

L’albero della libertà, la storia. La civiltà contadina aveva custodito antiche cerimonie religiose pagane, centrate sul ritmo delle stagioni, parallelo a quello della vita; così, le più grandi feste erano coincidenti con i solstizi, quello d’inverno (la nascita del sole, cristianizzata poi nel Natale, mentre è ignoto il vero giorno della nascita del Cristo) e quello d’estate (cristianizzato in San Giovanni); in un caso e nell’altro, si accendevano – e si accendono tuttora – i fuochi di gioia, i falò. Vi erano anche feste intermedie, soprattutto dedicate alla primavera, quando la terra si risveglia, la natura risorge ed è, anche per donne e uomini, il trionfo dell’amore, e quindi della gioventù: carnevale era la più grande festa giovanile in onore della primavera incipiente. Anche il primo maggio, da tempo immemorabile, era un giorno di festa tanto che, quando scoppiarono i moti tra gli operai emigrati in Usa e vi furono vittime per la repressione (perciò poi quel giorno fu dedicato per la festa internazionale del lavoro), quei lavoratori si erano riuniti anche perché mossi dal ricordo della festa contadina nei loro paesi europei. Del resto, pure la rivolta di Sala Biellese, del 1898, prese le mosse proprio nei giorni di carnevale, quando la comunità unita festeggiava, contemporaneamente, diverse coppie di sposi. In quel primo giorno di maggio, infatti era uso in tutta Europa innalzare sulla piazza del villaggio un simbolo fallico, il fusto di un albero, chiamato appunto il “maggio” e in piemontese, con un antico termine riservato soltanto a quell’occasione, il “maj”. Quando scoppiò la grande rivoluzione del 1789 in Francia, il “maj” proibito e fissato nella memoria di classe come simbolo trasgressivo, tornò a svettare in piazza e divenne “l’albero della libertà”, intorno al quale i “sanculotti” cantavano il “gaira” e ballavano la carmagnola.
A Biella, come in tutto il Piemonte, l’albero fu piantato dopo che l’armata francese aveva travolto l’antico Regno di Sardegna, quando si proclamò la “Nazione Piemontese”, nel dicembre 1798. Gli austro-russi l’anno seguente lo spazzarono via e, quando i francesi tornarono con Napoleone trionfante, gli ideali di “liberté-égalité-fraternité” (ij fransèis an caròssa e noi a pé), aggiungevano i poveri contadini piemontesi costretti a mantenere l’esercito di occupazione; e così pure traducevano il motto latino “Matri magnae filia grata” – che significava: “alla grande Madre francese la Figlia piemontese riconoscente” – “la madre mangia e la figlia si gratta!”), quegli ideali, dicevo, furono messi in soffitta, divennero anzi sovversivi .