Alla vigilia della visita a Valle Mosso e al Biellese, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella affida ad Eco di Biella il suo saluto e il suo messaggio ai biellesi e prende spunto dalla tragedia per dire che – come fece il Biellese dopo il 1968 (le vittime della tragedia furono 58) e come fece Firenze dopo il 1966 – la parola d’ordine, la lezione per l’Italia anche oggi, è quella di «rialzarsi e ripartire». Poi parla del volontariato, frutto positivo di quelle tragedie, dei compiti dello Stato, del presidio dei sindaci, delle necessità logistiche di territori come il Biellese per aiutare la ripartenza.

Mattarella: «Alluvione, impegno a ricostruire»

Ecco il testo dell’intervista rilasciata a Eco di Biella per l’edizione in edicola oggi, giovedì 8 novembre.

Presidente, a Rimini, all’assemblea Anci, lei ha indicato i sindaci come gli amministratori in prima linea a presidio del territorio; va in questa direzione la scelta di accogliere l’invito dei sindaci biellesi in un angolo del profondo nord?

«Le amministrazioni comunali non sono il terminale periferico dello Stato-ordinamento, una sorta di portello burocratico – risponde il Presidente della Repubblica -, sono, invece, la prima istituzione rappresentativa delle comunità di vita che animano e compongono il nostro Paese. Il compito del sindaco è un impegno di grande fascino e significato perché la politica è anzitutto servizio alle persone e alle comunità.  Ho accolto l’invito dei sindaci – nella pluralità dei loro orientamenti politici e dei territori di cui sono espressione – per testimoniare il grande lavoro fatto in questi cinquanta anni dal disastro che colpì il Biellese il 2 novembre 1968. Le amministrazioni comunali, assieme ai governi regionali e nazionali, negli anni, hanno infatti accompagnato la ripresa economica e sociale di un territorio duramente ferito. Sarò qui per onorare la memoria di quanti persero la vita in quei giorni e di tutte le persone che, in ogni parte d’Italia, si mobilitarono generosamente per i soccorsi».

Il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella
Il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella

«Vengo a ricordare
un’“alluvione
industriale”
i suoi morti
e i generosi aiuti»

 

Il Biellese venne piegato dall’alluvione del 2 novembre 1968, ma l’imperativo del giorno dopo fu quello di rimettere in collegamento i paesi e far ripartire le fabbriche: con una frase, “rimboccarsi le maniche”. E ci riuscì. Un esempio che regge anche oggi?
«Un deputato originario di questa terra, Vittorio Catella, definì questa un’alluvione “industriale”, per il disastro che colpì il lavoro: 130 imprese industriali, 350 aziende artigianali, 400 esercizi commerciali distrutti o danneggiati per un totale di 15 mila posti di lavoro nel tessile. Un’economia duramente colpita. Ma grazie alla caparbietà degli abitanti, dei lavoratori delle fabbriche, degli imprenditori, degli amministratori locali ci fu la ripresa. Prevalse la volontà forte di salvaguardare l’identità dei luoghi, dando impulso a un cambio radicale. Molte imprese non ripresero più l’attività lavorativa, altre si trasferirono in pianura, riprendendo la produzione. Dal soccorso, si passò alla stabilizzazione, e quindi alla ricostruzione. Questa è la lezione che le popolazioni del Biellese, come quella di Firenze prima, ci hanno dato più volte: rialzarsi e ripartire».

«La società civile
si mobilitò: pose
le basi per creare
la Protezione civile
e la rete volontaria»

 

Prima Firenze nel 1966, poi il Biellese nel 1968. Furono entrambe occasioni tragiche per mettere in atto le azioni di movimenti fiorenti in quella stagione che auspicavano un rinnovamento nei modi, nella cultura, nei diritti, nella scuola: fu una gara di solidarietà. Centinaia di giovani accorsero nei luoghi devastati e diedero il loro contributo, pala in mano. Anche questa una lezione del passato da tenere in serbo?
«Un’intera società civile, nelle sue mille articolazioni, si è allora mobilitata, in entrambe le tragedie. Già i giorni di Firenze contribuirono a far aprire gli occhi sulla necessità di attuare politiche di tutela ambientale. Posero le basi per la creazione di una moderna rete di protezione civile in grado di prevedere le emergenze e di coordinare i soccorsi; e di renderli più efficaci e tempestivi. Provocarono, inoltre, una delle prime grandi manifestazioni di quel grande e prezioso fenomeno di massa, fatto di coraggio, gratuità e solidarietà, che oggi conosciamo con il nome di volontariato. Gli Angeli del Fango accorsero anche qui nel Biellese. Da tutta Italia, soprattutto giovani studenti lavorarono e aiutarono senza sosta. Una gara di solidarietà umana. Una lezione da tenere ovviamente a mente anche per l’oggi.  Ci sono persone che, come cinquant’anni fa, hanno perso affetti, casa, lavoro, ricordi. Dobbiamo preservare la loro speranza. La speranza nelle istituzioni, innanzitutto. La Repubblica ha il dovere di soccorrere le vittime delle catastrofi, garantendo loro, nel più breve tempo possibile – come sta avvenendo con prontezza ed efficienza – un riparo confortevole e ogni forma di assistenza, anche psicologica: tutto quello che è necessario per garantire agli sfollati una condizione dignitosa, premessa della ripresa. Immediatamente dopo, terminata la fase dell’emergenza, dobbiamo adoperarci concretamente per le prospettive di questi nostri concittadini. Oggi come allora l’impegno deve essere quello della ricostruzione».

«Se la periferia
produttiva viene
assistita da reti
e logistica difende
i valori di comunità»

 

Lei salirà a Valle Mosso scoprendo questo paese che fu la culla dell’industria tessile italiana. Il suo isolamento ha radici lontane e ciò nonostante continua a essere una locomotiva dell’economia e del made in Italy grazie alla qualità dei suoi prodotti tessili, delle imprese e dei lavoratori.
«Gran parte della nostra economia è costituita da imprese, capaci di essere “glocal”, di mantenere, cioè, il legame con il territorio, ma anche di competere sui mercati globali. La “Fabbrica della Ruota”, l’ex lanificio Zignone, sulla Strada della Lana è un mirabile esempio di come la zona ha potuto sfruttare condizioni favorevoli, con opere idrauliche di derivazione dai torrenti per alimentare l’attività delle fabbriche. Oggi è archeologia industriale. Ma non è venuto meno il legame con il territorio da parte di un’industria che ha saputo collegare i saperi della tradizione con il passaggio alla economia digitale. La periferia produttiva, se assistita in modo appropriato dalla logistica, dalla formazione e dalle reti tecnologiche respinge l’emarginazione e difende i valori fondanti e l’identità delle nostre comunità. Non soltanto si evita di sacrificare il ruolo delle aree interne ma queste possono vivere di nuove opportunità. Ridare nuova linfa a queste comunità significa anche presidiare territori per ridurre i rischi di dissesto idrogeologico e di danni conseguenti a eventi naturali, investendo sulla prevenzione e la riqualificazione. E questo è un interesse generale dell’intero Paese».

Roberto Azzoni