L’alpino Biasetti, 105 anni, non ha voluto mancare ieri alla commemorazione dell’eccidio di piazza Martiri. Ecco la cronaca della giornata.

L’alpino Biasetti presente a 105 anni

Da un lato del palco delle orazioni c’era il monumento che dal 1953 ricorda i ventuno partigiani fucilati il 4 giugno 1944 dai nazifascisti, più il ventiduesimo che trovò la morte nello stesso modo e nella stessa piazza pochi giorni dopo. Dall’altro sedeva Silvio Biasetti, che oggi ha 105 anni e ne aveva 20 quando, da alpino combattente in Grecia scampò alla morte perché il corpo di un compagno caduto gli cadde addosso riparandolo dai proiettili. Davanti erano schierati i gonfaloni e le fasce tricolori dei (pochi) sindaci che non hanno voluto mancare alla commemorazione dell’eccidio di piazza Martiri, il più grave e doloroso tributo di sangue pagato dalla città negli anni della guerra tra il 1943 e il 1945, quando Biella era nelle mani di tedeschi e repubblichini.

«Qui ci sono le nostre radici»

«Qui ci sono le nostre radici» ha sottolineato il sindaco Marco Cavicchioli, quando si sono spente le note del Silenzio, suonato dal trombettiere della Banda Verdi in omaggio alle vittime. «Qui c’è il segno del sacrificio di ragazzi, alcuni dei quali oggi chiameremmo adolescenti, per mettere fine a un ventennio di dittatura».

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Le parole del presidente dell’Anpi

«Anche il sonno della memoria può generare mostri» ha ammonito Gianni Chiorino, presidente provinciale dell’Anpi, pensando non tanto ai presenti ma «ai tanti assenti tra i rappresentanti delle istituzioni». Poi ha spiegato il perché ha chiesto alla Banda Verdi, come nella cerimonia degli anni passati, di eseguire anche l’inno d’Europa: «Schiller che ha scritto il test e Beethoven che ha composto la musica erano figli della Germania culla della civiltà, lo stesso luogo che ha generato il nazismo. Ma non bisogna mai criminalizzare un popolo. E oggi, se l’Italia è la nostra piccola patria, l’Europa è la nostra grande patria, benché diversa da quella sognata dai padri fondatori nel dopoguerra. È a quel sogno che dobbiamo tornare perché, nonostante tutto, è la fratellanza dei popoli che ha consentito più di settant’anni senza guerre nel nostro continente».