“…gli occhi dischiuse il vecchio al giorno, non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva “ho sete, ho fame”…
Il pubblico applaude e canta in coro “lalalà lallalaà…”, mentre Beppe Pellitteri dedica la canzone, che è pura poesia, del grande Fabrizio De Andrè, a tutto il popolo della Lega. «Quel popolo che, capeggiato da Salvini, semina odio con il rosario in mano». Gli attacchi politici sono pesanti, gli affondi decisi, la satira vacilla di fronte alla cruda realtà. Ma è Carnevale e ancora una volta Beppe Pellitteri, regista del Processo al Babi, sa mescere alla perfezione ironia, satira e cronaca in uno spettacolo coinvolgente che saluta il martedì grasso e gli sberleffi. Il teatro Sociale è gremito, come al solito, per il gran finale.

Pellitteri sindaco in campagna elettorale

Pellitteri si presenta alla platea indossando un abito elegante e la fascia tricolore, quella «del sindaco». Distribuisce volantini, vuole essere votato, sa di «non avere concorrenti». In cambio del voto promette il reddito di cittadinanza a tutti («800 euro al mese a chi sta a Biella da almeno un anno»), garantisce pensioni e lavoro, giura di eliminare tutti i vigili urbani («perché non abbiamo bisogno di essere controllati»), i parcheggi a pagamento e le tasse sui rifiuti («perché voglio un paese libero, con parcheggio selvaggio in terza fila e cumuli di immondizia in strada»). Porta con sé una sedia, simbolo del politico biellese: «questa sedia ha una vite da avvitare, il primo giro lo si dà quando si inizia, nel ruolo di consigliere comunale, altro giro se diventi assessore, poi sindaco, consigliere regionale e infine parlamentare. La sedia è ormai tutta avvitata e tu non ti alzi più».

Processo al Babi, accusa e difesa

Si chiude la “campagna elettorale” di Pellitteri-sindaco, si apre il sipario del teatro perché «quando l’inverno volge al termine, arriva il Processo al Babi». Si presentano accusa e difesa, avvocati e testimoni, tutti sorvegliati dall’occhio esperto del presidente del tribunale Giovanni Malanotte. Alla dichiarazione della Catlina (maschera biellese), offesa dal comportamento scorretto e osceno del Babi (maschera vercellese), seduttore e millantatore che si mostra nudo e voglioso nel giardino di casa sua, seguono le ovvietà dell’accusa e il pragmatismo nostalgico del Gipin (marito di Catlina), che incarna l’uomo biellese tutto casa e lavoro, intollerante al cambiamento, alla novità, al romanticismo, chiuso in un mondo fatto di tradizioni popolari e amici di sempre, ignaro dei problemi che lo circondano, cieco di fronte alla realtà.

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«Cultura in disgrazia»

Dall’altra parte del palco e del tribunale c’è, invece, il Babi, affascinato dalle donne, dall’amore e dalla bellezza, “straniero” che dà fastidio perché diretto, trasparente, senza ipocrisie, perché non nasconde la sua “colpa”, non si giustifica.  Lo scontro diventa “universale” ed è tra «la pancia e la testa», in un mondo di zotici dove istruzione e cultura sono cadute in disgrazia, dove «l’ignoranza sta al potere e al governo», dove la legge è tornata ad essere quella del taglione o meglio della “lupara” («ingaggiate noi dell’agenzia “Non solo lupara” per la legittima difesa personale e della vostra proprietà»).
Testimoniano le donne, la maestra Latini, il filosofo e poeta Pellitteri con un monologo sulla follia: il tema è il degrado culturale e umano nel quale sta precipitando a capofitto anche Biella.

L’annuncio del regista

L’ultimo a parlare è il Babi che snocciola un testamento più raffinato che pungente: dalla superficialità dei parlamenti biellesi a Roma («Pella e Pichetto fanno i gilet blu e sembrano due puffi») ai complimenti a Cavicchioli per aver «rianimato il Piazzo, grazie alla funicolare e all’apertura di nuovi locali».
Il processo si chiude con la condanna del Babi e il rogo in piazza Colonnetti (in alto) e con un punto interrogativo. «Dopo 34 anni di processo – saluta dal palco Beppe Pellitteri – è forse ora di smettere?».
Benedetta Lanza

Galleria immagini di Marco Canova

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