«I vigneti per le nostre figlie».

L’azienda vitivinicola è nata nel 2015 «per passione e per pazzia». già, perché Giacomo Foglia era un geometra e la moglie, Claudia Guanci, oltre ad essere laureata in chimica, era insegnante. Oggi hanno mantenuto i loro impegni professionali ma hanno aggiunto un vero e proprio lavoro: produrre vino. Con un pensiero fisso: «Farlo per le nostre figlie».

Il salto di qualità

All’inizio era solo una passione che però, con il tempo, si è trasformata in qualcosa di più: «Anche se non sapevamo cosa aspettarci – spiegano – certo è che abbiamo imparato che per fare del vino buono non ci si può improvvisare. Inoltre ci siamo rimessi a studiare. Ed è così che abbiamo dedicato i nostri vigneti a Carlotta e Virginia, le nostre due bambine». A Curino, nel frattempo, si producono già tra le 2500 e le 3000 bottiglie all’anno: «Vogliamo arrivare alle 5000 entro 2 o 3 anni – spiegano Giacomo e Claudia – con due Doc del territorio come Bramaterra e Coste della Sesia rosso. Poi abbiamo una terza etichetta che abbiamo chiamato “classe 21”, l’anno di nascita del nonno scampato alla guerra».

La Psigula

Un nome originale per un’azienda: «Deriva da un’area (la Regione Aspigola, ndr) dove c’era una nostra proprietà in cui abbiamo l’ultima vigna. Abbiamo iniziato anche le degustazioni che stanno riscuotendo un buon successo. Ma l’importante è avere tutto vicino, la nostra casa, i vigneti, la cantina. A misura d’uomo». E la zona pare essere azzeccata: i vigneti di frazione San Nicolao rientrano nella caldera del Supervulcano della Valsesia. Vale a dire un terreno roccioso che garantisce alla vite il corretto approvvigionamento idrico conferendo al vino una propria mineralità e sapidità.

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Vita frenetica

Giacomo e Claudia hanno le idee chiare: «Faccio tutto questo per le mie bambine e per offrire loro un’opportunità per il futuro». Intanto sempre più giovani e famiglie si dedicano a fare il vino: «Nei prossimi anni sempre più giovani usciranno con piccole produzioni. Un’ottima notizia per il territorio ancora alle prese con la crisi dell’industria. Ma – dicono – bisognerà lavorare tutti insieme per valorizzare i prodotti. Perché se hai del buon vino e non porti la gente in casa diventa difficile». Serve maggiore promozione: «A volte un vino biellese arriva prima a New York che non sui tavoli dei ristoranti a pochi chilometri da qui, un vero peccato. Noi, comunque, preferiamo venderlo guardandoci negli occhi: vedere chi c’è dietro ad una bottiglia è un valore aggiunto».

Lorenzo Lucon

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