È tornato in Italia Francesco Cassardo, l’alpinista torinese, con forti radici a Valdilana, che il 20 luglio scorso è caduto sugli sci mentre scendeva dal monte Gasherbrum VII, in Pakistan. Ora è ricoverato all’ospedale Umberto Parini di Aosta. Il giovane di 30 anni, originario di Rivoli e medico al pronto soccorso dell’ospedale di Pinerolo, deve la vita ai primi soccorsi del suo compagno di spedizione Carlo Alberto “Cala” Cimenti, fuoriclasse torinese della montagna, anch’egli con molti legami (e presenze) nel Biellese.

Quello di amicizia che lo lega alla collega Veronica Balocco (in foto sotto con Cala Cimenti) ha permesso alla giornalista e scrittrice biellese di scrivere questa riflessione per Eco di Biella.

«Quella sera che “Cala” annunciò il Nanga Parbat»

L’ultima volta che ci siamo incontrati l’ho osservato in viso con ammirazione. Con tutto il profondo incanto che mi era nato dentro dallo schianto contro quelle parole. «Tenterò il Nanga Parbat. E lo scenderò con gli sci». Un cazzotto fatto di coraggio, volontà, preparazione. E immensa passione. Cala Cimenti aveva esteso l’annuncio a tutto il pubblico che era venuto a vedere la mia serata in Valsessera, quella nella quale io parlavo di “Sali e scendi”, il mio libro di racconti di montagna, e lui era presente non tanto in qualità di protagonista di una delle storie, quanto più per quel che in realtà era. Ed è. L’Amico.

Aveva voluto esserci con la moglie Erika. Donna di dolcezza e di tempra. Di amore e di nerbo. Con il sorriso della certezza nel domani, insieme mi avevano parlato di quel programma insensato e incosciente alle orecchie del popolo. Daniele Nardi, alpinista romano, proprio su quella montagna aveva da poco abbandonato i suoi giorni e il suo corpo, vittima di fatiche e di potenze maggiori. Con lui Tom Ballard, compagno di sorte nato sotto la stella di una madre che lo aveva guidato dritto verso i propri sogni, qualunque costo imponessero. Compreso, come era accaduto a lei sul K2, la morte. La fine dei due aveva pugnalato la fiaba di una storia che tutti credevano comunque a lieto fine. Nella quale ognuno aveva sperato. E che aveva nutrito illusioni e preghiere in una condivisione fatta, come i tempi impongono, di post mitragliati in rete a densità schizofrenica. Quasi che la moltiplicazione degli auspici su Facebook potesse giungere più facilmente al buon Dio e indurlo a fare quel che tutti chiedevano.

E invece il destino aveva deciso che a Daniele e Tom il Nanga Parbat non avrebbe concesso nulla. Non si sarebbe lasciato intenerire dal loro sogno di scalare lo Sperone Mummery. Un’impresa da molti considerata fuori dalle umane possibilità, ma in realtà rimasta semplicemente lì da compiere. Come tutte le grandi follie fatte concrete dal genio, dalla forza, dall’ostinazione umana nei secoli dei secoli. E dunque, potenzialmente verosimile.
Cala quella sera era sceso sui sentimenti della platea sfiorando un tabù. Annunciando la sfida a qualcosa che in quel momento, davanti all’opinione comune, era sentito come troppo grande per essere affrontato. Troppo rischioso. Ancora troppo caldo di dolore e di pericolo. Ancora pungente come un nervo scoperto che solo il tempo avrebbe guarito. Non mi stupisce se qualcuno, sentendolo programmare una spedizione simile, lo abbia considerato un pazzo. Perché è dietro i confini di questa etichetta che gli umani, come in un alibi, relegano spesso quel che non comprendono. O quello di cui sanno non saranno mai all’altezza. Sono forme di difesa ordinarie. Quasi banali. Costruite per non obbligarci ad accettare che qualcuno abbia un coraggio tanto grande da farci sentire infinitesimi nella nostra normalità. In quella comfort zone da cui non sappiamo svincolarci neppure con un pensiero.

Cala in realtà parlava con certezza perché quello che portava dentro di sé era esattamente questo. La certezza. Non della buona riuscita, non del successo, ma della competenza. Sapeva con certezza di essere pronto, di aver preparato ogni aspetto. Di aver curato allenamento fisico, forma mentale, conoscenza tecnica. E di aver modellato una silhouette completa. Professionale. Predisposta ad affrontare con i mezzi migliori la sfida che aveva nella testa. E intenzionata ad accettare una sola possibile sconfitta: il volere contrario di un destino incontrollabile.

Quella sera Cala aveva prospettato qualcosa che si sapeva già allora sarebbe stato molto, molto grande, se fosse riuscito. Un’impresa dall’asticella alla massima altezza. Ma aveva parlato con uno spirito, questo sì, molto lontano dalle concretezze umane: nessun esibizionismo, nessuna ricerca di visibilità, nessuna corsa al soldo o al titolo. Solo rimanendo sempre se stesso, l’Amico sorridente, semplice, allegro e un po’ bambino che da anni conoscevo. Sin da quando lo avevo seguito per la prima volta come addetta stampa su un altro Ottomila. Scrivendo di lui e del suo modo di essere, nonostante gli anni addietro, esattamente le stesse parole.

Che la sorte decida a sua discrezione è un dato ineluttabile. Ma che a volte la realtà si declini nella direzione del buono e giusto forse non è così casuale. Insomma: sul Nanga Parbat Cala alla fine ci è andato, lo ha salito e lo ha disceso, proprio come aveva annunciato. A lui il destino, o forse il buon Dio, ha concesso la realizzazione di un sogno. Il perché nessuno lo sa: forse gli era simpatico, forse desiderava solo fargli un regalo. Forse, però, l’ha semplicemente lasciato fare. L’ha abbandonato a se stesso e ha voluto vedere fin dove era capace di spingersi. Ha osservato, l’ha un po’ messo in difficoltà per qualche attimo. Poi ha capito che questo ragazzo aveva realmente della stoffa. E ha lasciato che le cose andassero come dovevano. Guidate dal semplice fiuto della competenza.

Ecco chi è il Cala che ha salvato la vita a Francesco

Ecco chi è il Cala che ha salvato la vita a Francesco Cassardo, il giovane con radici a Mosso caduto con gli sci sul Gasherbrum VII, durante la discesa estrema che stava condividendo proprio con il mio Amico alpinista, reduce dal Nanga. Ecco chi è il Cala che ha capito subito la gravità della situazione.
Che ha raggiunto Francesco e gli ha offerto le prime cure, che lo ha lasciato solo per il tempo di tornare al campo a prendere cortisone, sacco a pelo e fornelletto. Che ha allertato subito i canali giusti. Che ha adagiato il compagno sul materassino, gli ha costruito un muretto di neve intorno, gli ha dato la sua giacca e lo ha tenuto stretto tutta la notte.
Che lo ha mantenuto caldo e che ha saputo gestirlo quando i soccorsi sono arrivati. Ecco chi è Cala che ha potuto sempre contare sulla prontezza e la forza di Erika, che ha saputo ascoltare i consigli ricevuti a distanza e che ha superato anche i momenti più duri.

Non questione di fortuna. Non di caso. Forse anche questa volta qualcuno ha lasciato che Cala facesse semplicemente quel che era giusto fare. Lo ha messo davanti a una terribile sfida.
Ma nella certezza che della competenza, della preparazione e della potenza fisica e mentale, alla fine, ci si può sempre fidare.
Veronica Balocco
www.verofinoinfondo.it

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