Orrori al cimitero, così è cominciata l’indagine.

La confidenza

E’ iniziata da una confidenza ad un amico di un dipendente della Socrebi, la società che gestisce il forno crematorio, l’inchiesta che ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della società, Alessandro Ravetti (scarcerato prima di Natale) e alla denuncia a vario titolo di dodici persone tra cui il titolare della storica impresa Ravetti, l’altro figlio, la nuora, quasi tutti i dipendenti e un autista della Seab che – evidentemente in cambio di laute mance – avrebbe più volte caricato cenere mortuaria tra i rifiuti, pezzi di ossa umane, casse di zinco sventrate. Si scopre ora che la confidenza l’ha fatta a suo tempo un giovane dipendente della Socrebi all’amico Nicola Santimone (nella foto sotto con l’ex genrale del Ris, Luciano Garofano, chiamato come consulente per le famiglie) che nella vita fa l’investigatore privato e in passato è stato per anni maresciallo dei carabinieri. Non ha avuto nessun incarico, nessun mandato come investigatore. Lo ammette lui stesso: «Ho fatto solo il mio dovere di cittadino», si schernisce, sorriso sornione, orgoglioso che le sue rivelazioni abbiamo portato ad un simile risultato. «Non si possono fare simili porcherie – aggiunge – per il dio denaro».

La notizia arriva in Procura

La storia che gli ha raccontato il dipendente su doppie bare bruciate, pezzi d’ossa non triturati buttati in scatole di cartone e poi nell’immondizia, bare di zinco aperte e non bruciate per risparmiare tempo ed energia del forno crematorio, Santimone l’ha spiegata nel dettaglio all’amico Tindaro Gullo, luogotenente dei carabinieri, comandante dell’aliquota dell’Arma nella sezione di Polizia giudiziaria della Procura, che ha a sua volta informato il procuratore capo Teresa Angela Camelio (nella foto con il colonnello Igor Infante e la squadra dei carabinieri che ha svolto le indagini con il luogotenente Gullo in primo piano) e, insieme, coppia incredibilmente affiatata, hanno dato il via a un’inchiesta perfetta sotto tutti i punti di vista che ha portato nel fascicolo materiale da vendere, filmati, fotografie, testimonianze, perizie, da rendere solido come non mai il castello accusatorio.

Grande luogotenente dell’Arma

«Sono stato costretto a liberarmi immediatamente di quel peso – racconta ora Santimone -. Ritengo d’aver fatto la cosa giusta, come cittadino, per una volta, piuttosto che come investigatore, come qualsiasi cittadino che deve sentirsi in dovere di denunciare le situazioni irregolari piuttosto che girarsi dall’altra parte e fare finta di nulla. Avrei potuto fare così anch’io, voltarmi dall’altra parte, ma non ne sono capace. E poi so molto bene come lavora l’amico Gullo: come lui non ce ne sono in circolazione per precisione, rapidità, intuito, intelligenza investigativa. Ero certo sin dall’inizio d’aver messo ogni cosa nelle mani giuste».

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Le immagini

In effetti, il dipendente aveva subito consegnato all’amico Santimone numerose fotografie e dei filmati inequivocabili dove si vedevano le doppie cremazioni, le ossa gettate negli scatoloni e poi nell’immondizia, le bare di zinco aperte come scatole del tonno, la totale mancanza di rispetto per tutti quei morti e tutti quei parenti in attesa delle ceneri dei loro cari. Ceneri che potrebbero – se le accuse dovessero trovare conferma definitiva – essere addirittura di altri.

Risultati straordinari

«Dopo aver fatto notare al dipendente della Socrebi che mi aveva raccontato cosa succedeva nel tempio dietro al cimitero di Biella – prosegue Santimone – che la situazione era molto grave e che potevano essere ravvisabili dei reati, l’ho convinto a collaborare. Sono rimasto sbalordito da ciò che avevo visto, ma non ho avuto alcun dubbio sul da farsi. L’ho poi messo in contatto con il luogotenente Gullo e ho atteso che le indagini portassero agli attuali risultati che, leggo dai giornali, sarebbero straordinari. Ne ero certo…».

Inchiesta agli sgoccioli

Ormai l’inchiesta è agli sgoccioli. Prima della richiesta di rinvio a giudizio, dovrà essere depositata la perizia affidata alla patologa legale Cristina Cattaneo alla quale il Procuratore capo aveva posto una serie di quesiti fondamentali: se la cenere sequestrata dai carabinieri era veramente umana, se era possibile estrarre il Dna da quelle ceneri e dai quei pezzi di ossa non triturati nonostante le alte temperature a cui erano stati sottoposti e via discorrendo.
V.Ca.