“Era il boss della ‘indrina biellese”: Raso condannato a 14 anni.

Impassibile alla sentenza

E’ rimasto impassibile, non ha mosso manco un muscolo dei tanti del viso alla lettura della sentenza, Antonio Raso, 76 anni, di Cavaglià, quasi che non sentisse, quasi che tutt’intorno il mondo in quell’aula fosse diventato all’improvviso ovattato, irreale, persino la voce della presidente del Collegio (Paola Rava, a latere Anna Ferretti ed Eleonora Saccone) che leggeva la sentenza e alla fine sanciva lenta «condanna l’imputato a 14 anni di reclusione…».

Sentenza storica

Il Tribunale, venerdì mattina, dopo un paio d’ore di camera di consiglio – nella prima sentenza della storia per mafia operante nel Biellese -, ha in pratica confermato ciò che hanno sin dal principio sostenuto i Pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, Paolo Toso e Monica Abbatecola, che quell’uomo dallo sguardo mai remissivo, inappuntabile in quell’abito dall’eleganza antica come i suoi modi di fare pubblici, gentili ed educati, era il capo della “locale di Santhià”, il boss indiscusso della ‘ndrina legata alle cosche “Raso, Gullace, Albanese” di Cittanova e “Pesce, Bellocco” di Rosarno, che operava nelle province di Biella, Vercelli e Novara. Gli hanno inflitto la pena riservata ad un vero boss, in grado, da Cascina Mosé, la residenza storica tra Dorzano e Cavaglià, di tirare le fila dell’organizzazione.

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La Squadra mobile

Alla lettura della sentenza c’erano anche i poliziotti della Squadra mobile di Biella che hanno condotto un’indagine perfetta coordinati dal loro dirigente, il commissario capo Marika Viscovo.

Le altre condanne

Gli altri imputati sono stati condannati a otto anni e a sette anni di reclusione. Uno è un vero commecialista che a detta dell’accusa curava gli affari della ‘ndrina, l’altro è una sorta di “braccio armato” con accuse che andavano dal commercio di droga fino alla detenzione di armi.

V.Ca.

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