MONGRANDO – “Riflessivo, intelligente, appassionato del suo mestiere, un uomo che sapeva ragionare e valutare le cose, arguto e dotato della sottile astuzia necessaria a condurre un gregge”. Ma anche paziente, diffidente, scontroso, silenzioso. Così Giuseppe Simonetti, braccio destro di Gianfranco Bini e coautore di numerosi capolavori librari e fotografici, ricorda non senza commozione il pastore Celso Maffeo, deceduto lunedì 5, nella propria abitazione alla frazione Curanuova, all’età di 88 anni. A condurlo alla morte, la consunzione dovuta all’anzianità e al logorìo di una vita pesante, trascorsa dietro alle pecore fin da piccolo e mantenuta fino a tre anni fa, quando le forze hanno iniziato ad abbandonarlo. Una vita perlopiù all’aperto appassionante ed entusiasmante, certo, ma anche irta di sacrifici e rinunce, tribolata e faticosa, come tutti i pastori e i margari ben sanno.

Con la sua scomparsa, una manciata di giorni dopo quella di Giuseppe Mantello (“’l Pin”) di Tavigliano, altro grande pastore, il mondo catturato e fermato nel tempo dalle straordinarie immagini di “Fame d’erba” di Bini si va ancor di più assottigliando. “’l Maffeo”, com’era conosciuto nell’ambiente montanaro biellese e valdostano, insieme a “’l Tavio” (Ottavio Ramella Livrin, deceduto l’anno scorso), era stato infatti il protagonista indiscusso del volume, dando anche suggerimenti e collaborando alla stesura delle didascalie in gergo con la competenza e la contezza apprese “sul campo”, a contatto col gregge e condividendo con lui giorni e notti interi, dall’alba ai tramonti senza fine. Per questo il suo decesso è una perdita per tutta la comunità biellese, per ciò che essa ancora rappresenta e per l’attività laniera su cui si è fondata per secoli.

“Fame d’erba”, uscito nel 1979 e ristampato nel 2013, è dedicato a lui, a Ottavio Ramella Livrin e a tutti i pastori biellesi e del mondo.

«Fino a quando ha potuto – ricorda la figlia Betty, che conduce con piglio e vigore il ristorante ‘Valfré’ di Oropa – papà ha seguito il suo gregge, poi ha dovuto desistere. Grande è stato il suo dispiacere, ma non poteva più continuare. Si è spento così, giorno dopo giorno».

Un bel ritratto di Celso Maffeo propone pure il capitolo “Il generale” del libro di Marco Perino “… e se la pecora Nera fossi io?”, editato l’anno scorso, una raccolta di storie vere di personaggi un po’ fuori dagli schemi, come in fondo anche Celso era.

«Si può dire che iniziai a fare il pastore a otto anni – racconta in prima persona nel testo raccolto da Giorgina Vicquéry in “Fame d’erba” -. Mio padre era partito militare e io rimasi con venticinque-trenta pecore ed alcune mucche, così andai in montagna con una famiglia di Sordevolo e mentre facevo girare le loro bestie tenevo anche le mie». Altro che lavoratore precoce!

Fame, freddo. Un giorno scappò e si ritrovò a Biella senza sapere come. Naturalmente lo riportarono su per un altro anno con la stessa famiglia, poi per un altro anno ancora andò nella Valle dell’Elvo dal Sereno. Un’estate, al Mombarone, un margaro, salito anch’egli per il pascolo con le mucche, vendette queste ultime e comprò delle pecore. Celso stette con lui come socio per due o tre anni. Sposatosi il socio, le pecore vennero divise e un nuovo socio si affiancò. Sempre così, per anni e anni, fino al compimento dei venti, quando si tolse dalla famiglia, deciso ormai ad avere un gregge tutto suo, perché lì “mi j’era tant me ‘l piciuruss, ch’al travaja mach par dè da mangè al cucu”, espressione che non ha bisogno di traduzione. Seguirono il matrimonio e la nascita dell’unica figlia, tutto sempre intervallato dal seguire il gregge, di cui sapeva abitudini e malattie, tempi del parto e della tosatura, dell’allattamento e del riposo.

Così, per settantasette anni su ottantotto, Celso Maffeo ha continuato a lavorare con le pecore nell’eterno ciclo delle stagioni e delle altitudini: dalla pianura, alla media montagna, alla transumanza, all’alta montagna, poi di nuovo alla transumanza, alla media montagna e al ritorno alla pianura. Fino all’estate scorsa lo si vedeva ancora a Oropa dalla figlia, seduto in compagnia di una badante, lo sguardo svanito che si perdeva nella luce delle montagne lontane, lui che ne era stato il re e il padrone.

La sua scomparsa lascia nel lutto la moglie Lucina Ghiglia, l’adorata figlia Betty e i nipotini Vittoria, di 11 anni, e Francesco, di 5, che erano il senso delle sue giornate e il suo futuro, quindi le cognate, i nipoti, i pronipoti, i cugini e i parenti tutti. Il rosario è stato recitato martedì 6 alle ore 20, il funerale celebrato ieri alle 10, tutto alla chiesa parrocchiale. Celso Maffeo è poi stato accompagnato al cimitero locale, non lontano dal belato di un gregge.

 Rosy Gualinetti

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MONGRANDO – “Riflessivo, intelligente, appassionato del suo mestiere, un uomo che sapeva ragionare e valutare le cose, arguto e dotato della sottile astuzia necessaria a condurre un gregge”. Ma anche paziente, diffidente, scontroso, silenzioso. Così Giuseppe Simonetti, braccio destro di Gianfranco Bini e coautore di numerosi capolavori librari e fotografici, ricorda non senza commozione il pastore Celso Maffeo, deceduto lunedì 5, nella propria abitazione alla frazione Curanuova, all’età di 88 anni. A condurlo alla morte, la consunzione dovuta all’anzianità e al logorìo di una vita pesante, trascorsa dietro alle pecore fin da piccolo e mantenuta fino a tre anni fa, quando le forze hanno iniziato ad abbandonarlo. Una vita perlopiù all’aperto appassionante ed entusiasmante, certo, ma anche irta di sacrifici e rinunce, tribolata e faticosa, come tutti i pastori e i margari ben sanno.

Con la sua scomparsa, una manciata di giorni dopo quella di Giuseppe Mantello (“’l Pin”) di Tavigliano, altro grande pastore, il mondo catturato e fermato nel tempo dalle straordinarie immagini di “Fame d’erba” di Bini si va ancor di più assottigliando. “’l Maffeo”, com’era conosciuto nell’ambiente montanaro biellese e valdostano, insieme a “’l Tavio” (Ottavio Ramella Livrin, deceduto l’anno scorso), era stato infatti il protagonista indiscusso del volume, dando anche suggerimenti e collaborando alla stesura delle didascalie in gergo con la competenza e la contezza apprese “sul campo”, a contatto col gregge e condividendo con lui giorni e notti interi, dall’alba ai tramonti senza fine. Per questo il suo decesso è una perdita per tutta la comunità biellese, per ciò che essa ancora rappresenta e per l’attività laniera su cui si è fondata per secoli.

“Fame d’erba”, uscito nel 1979 e ristampato nel 2013, è dedicato a lui, a Ottavio Ramella Livrin e a tutti i pastori biellesi e del mondo.

«Fino a quando ha potuto – ricorda la figlia Betty, che conduce con piglio e vigore il ristorante ‘Valfré’ di Oropa – papà ha seguito il suo gregge, poi ha dovuto desistere. Grande è stato il suo dispiacere, ma non poteva più continuare. Si è spento così, giorno dopo giorno».

Un bel ritratto di Celso Maffeo propone pure il capitolo “Il generale” del libro di Marco Perino “… e se la pecora Nera fossi io?”, editato l’anno scorso, una raccolta di storie vere di personaggi un po’ fuori dagli schemi, come in fondo anche Celso era.

«Si può dire che iniziai a fare il pastore a otto anni – racconta in prima persona nel testo raccolto da Giorgina Vicquéry in “Fame d’erba” -. Mio padre era partito militare e io rimasi con venticinque-trenta pecore ed alcune mucche, così andai in montagna con una famiglia di Sordevolo e mentre facevo girare le loro bestie tenevo anche le mie». Altro che lavoratore precoce!

Fame, freddo. Un giorno scappò e si ritrovò a Biella senza sapere come. Naturalmente lo riportarono su per un altro anno con la stessa famiglia, poi per un altro anno ancora andò nella Valle dell’Elvo dal Sereno. Un’estate, al Mombarone, un margaro, salito anch’egli per il pascolo con le mucche, vendette queste ultime e comprò delle pecore. Celso stette con lui come socio per due o tre anni. Sposatosi il socio, le pecore vennero divise e un nuovo socio si affiancò. Sempre così, per anni e anni, fino al compimento dei venti, quando si tolse dalla famiglia, deciso ormai ad avere un gregge tutto suo, perché lì “mi j’era tant me ‘l piciuruss, ch’al travaja mach par dè da mangè al cucu”, espressione che non ha bisogno di traduzione. Seguirono il matrimonio e la nascita dell’unica figlia, tutto sempre intervallato dal seguire il gregge, di cui sapeva abitudini e malattie, tempi del parto e della tosatura, dell’allattamento e del riposo.

Così, per settantasette anni su ottantotto, Celso Maffeo ha continuato a lavorare con le pecore nell’eterno ciclo delle stagioni e delle altitudini: dalla pianura, alla media montagna, alla transumanza, all’alta montagna, poi di nuovo alla transumanza, alla media montagna e al ritorno alla pianura. Fino all’estate scorsa lo si vedeva ancora a Oropa dalla figlia, seduto in compagnia di una badante, lo sguardo svanito che si perdeva nella luce delle montagne lontane, lui che ne era stato il re e il padrone.

La sua scomparsa lascia nel lutto la moglie Lucina Ghiglia, l’adorata figlia Betty e i nipotini Vittoria, di 11 anni, e Francesco, di 5, che erano il senso delle sue giornate e il suo futuro, quindi le cognate, i nipoti, i pronipoti, i cugini e i parenti tutti. Il rosario è stato recitato martedì 6 alle ore 20, il funerale celebrato ieri alle 10, tutto alla chiesa parrocchiale. Celso Maffeo è poi stato accompagnato al cimitero locale, non lontano dal belato di un gregge.

 Rosy Gualinetti