Era il 30 novembre 1938, quando allo stadio Pnf di Roma il mondo del calcio si era radunato per attuare il diktat del regime fascista. Gli statuti della Federazione, avrebbero dovuto contenere da quel momento una clausola: “Condizione indispensabile per poter essere soci della società è l’appartenenza alla razza ariana”. L’unico assente a quella riunione, fu il CT della Nazionale Vittorio Pozzo.

La serata. Un gesto importante, quello documentato dall’inchiesta video di Sky Sport “1938 – Lo sport italiano contro gli ebrei” che ha aperto la serata organizzata da #calciodeicampioni nell’ambito degli eventi collaterali alla mostra organizzata da Associazione Stilelibero, Comune di Biella e Fondazione Crb. Lunedì sera, nell’auditorium di Palazzo Gromo Losa a raccontare la figura di Pozzo c’era il curatore del documentario: il giornalista e scrittore di Sky Sport, Matteo Marani. «A proposito di quel gesto, credo che Vittorio Pozzo non sia stato un fascista, è stato un italiano che ha avuto il senso delle istituzioni – ha spiegato -. Erano le istituzioni stesse che all’epoca, non erano state fedeli al loro compito».

Lungimiranza.  Proprio questo senso di attaccamento alla patria, si riscontra nell’impegno che Vittorio Pozzo impiegò per tenere vivo il calcio italiano. Non solo sotto l’aspetto sportivo. Lo dimostrano, il ruolo ricoperto da segretario della Federazione nascente, l’attenzione nel coinvolgere tutto il territorio italiano (convocò per la prima volta giocatori del sud Italia) e la sua capacità nel gestire i rapporti internazionali. «Il primo vero atto dal punto di vista diplomatico, – continua Marani – con cui l’Italia è tornata sulla scena internazionale nel primissimo dopoguerra, è stata un’amichevole giocata contro la Svizzera nel ‘45. Pozzo giocò un ruolo fondamentale per riuscire a organizzarla. Era straordinario anche sotto questo aspetto: aveva quel senso internazionale che mancava a certi gerarchi e dirigenti del tempo».

Il nipote Piervittorio. Allenatore, alpino, giornalista, ma anche un nonno «sicuramente non “normale”» che il nipote Piervittorio definisce alla piemontese: «Un uomo “tajà con ël piolet”, tutto d’un pezzo, che quando si metteva in testa una cosa doveva farla». Per i giocatori, era un vero e proprio padre «un po’ severo, molto attento al rispetto delle regole» ricorda il nipote. Commovente, la lettura in sala dell’articolo di Vittorio Pozzo sulla tragedia di Superga, in cui emerge la disperazione paterna del CT verso le vittime.

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Piola. Ospite della serata anche la figlia del grande attaccante Silvio Piola, venuta per visitare la mostra: «Rivisitando la sua storia, – racconta la signora Paola, psicologa – ho trovato diversi appunti in cui il rapporto con Pozzo si è delineato come fondamentale. Direi proprio come un padre». Un ruolo importante, quello di Pozzo, in un periodo storico straziato dalle guerre. «Il gioco del pallone – continua Paola Piola – era la vita in tempo di guerra, l’aver tenuta accesa la speranza di poter giocare in Nazionale ha significato che si poteva riprendere a vivere. Nella storia di Pozzo c’è impegno e fatica: è un esempio importante per i giovani d’oggi, che credono che qualsiasi cosa possa venir fuori, improvvisamente, dal cappello. Questa mostra ha il grande merito di far conoscere i loro gesti alle nuove generazioni».

Giornalista. Doveroso, ricordare anche il suo ruolo da giornalista. Il suo unico lavoro retribuito nel periodo in cui allenava la Nazionale, gratis. «Un giorno, José Mourihno mi ha detto: voi sapete sempre tutto, ma trovatemi un giornalista che sappia fare la formazione meglio di noi – ha raccontato Alessandro Alciato, curatore della mostra con Gabriele Pinna -. Ecco, un esempio da proporgli ce l’avrei avuto».
Luca Rondi

 

Nella foto, da sinistra: Gabriele Pinna, Paola Piola, Piervittorio Pozzo, Matteo Marani e Alessandro Alciato.